Repubblica di Sangue - quarta parte

Roma – 25 Aprile 1849

«Devi credermi Aurelio, non sto mentendo!»
La voce di Ettore rimbomba nella grande stanza di Palazzo della Cancelleria Vecchia. Dietro di lui, Giosuè e Pietro stanno in piedi senza proferire parola. Tutti e tre hanno ancora addosso le divise lorde di sangue. Non dormono da due giorni.

«Ettore, vorrei crederti, davvero. E ti credo, in effetti. Ma per amor tuo, non per altro. Ciò che hai raccontato è semplicemente assurdo.»

«Eppure io l’ho visto. E lo hanno visto i miei uomini!»

«Non avete impedito lo sbarco. Vi siete ritirati. E avete lasciato due uomini sul campo. Due uomini su cinque. Non è quello che i Rappresentanti del Popolo si aspettavano, quando ti hanno affidato il comando di questa operazione.»

«Con tutto il rispetto, signore, neanche noi ci aspettavamo di veder scendere da quella nave i demòni venuti dall’Inferno.»

«Faina, stai al tuo posto.»

Un forte rumore di bussata fa voltare tutti verso la porta, dall’altra parte della sala. Uno dei due grossi battenti di legno scuro si apre, lasciando entrare un uomo dall’aria trafelata. Ettore riconosce un membro della Guardia di Livorno, dalla croce azzurra bordata di rosso che ha sulla giubba, all’altezza del cuore. L’uniforme è stracciata e macchiata di sangue. L’uomo stringe in mano un dispaccio. Si ferma poco oltre la soglia, guarda il gruppo con aria smarrita.

«Vieni avanti, soldato.»

Il giovane raggiunge zoppicando la grande scrivania, si ferma, batte i tacchi e assume la posizione dell’attenti.

«Riposo, riposo.»

«Siete voi il Capitano Aurelio Saffi?»

«Non sono Capitano, soldato. Ma sì, rispondo io a quel nome.»

Quando il livornese stende il braccio per consegnare il messaggio, Ettore nota che una benda copre i moncherini di mignolo e anulare.

«Un messaggio dal Capitano Manara. Livorno è perduta, signore.» Si asciuga un accenno di lacrime con la manica. «Con permesso.» Batte di nuovo i tacchi e si avvia verso l’uscita, in un silenzio di tomba.
Gli occhi di Saffi guizzano avanti e indietro sul testo del dispaccio. Quando termina la lettura lo arrotola e lo poggia sul tavolo. È terreo in volto.

«Ettore, forse dovrò rivedere le mie convinzioni.»

«I demòni anche a Livorno?»

«No. O forse sì. I preti insegnano che il Demonio assume molte forme.»

«Non tenermi sulle spine, ti prego.»

«Livorno è caduta. I suoi difensori passati per le armi. La città saccheggiata, e forse distrutta. Ma qui il comandante Manara dice che gli Austriaci assedianti non erano umani. Dice che uno dei suoi uomini, uno che prima d’esser soldato passava le sue giornate tra i libri, li ha chiamati roboti

«Com’è che li ha chiamati?»

«Roboti. Automi.» Per la prima volta si sente la voce di Pietro, esitante. «In pratica sono macchine, comandante. Hanno la forma di persone, ma sono fatti d’ingranaggi e bulloni.»

«Il mondo sta impazzendo, per Dio!» Saffi si lascia cadere sulla sedia, fissa sconsolato le carte sulla scrivania.

«So che in Austria-Ungheria gli artigiani orologiai li costruiscono» Pietro si è fatto coraggio, ora parla spedito. «E i nobili li regalano come balocchi ai loro figlioli. Soldatini che si muovono, o ballerine che imitano la danza. Ma non avevo mai sentito di soldati meccanici a grandezza d’uomo.»

«E io non avevo mai sentito di demòni fatti di ombra che non possono essere uccisi. Sembra che alla fine di tutto questo le nostre reciproche nozioni si saranno arricchite.»

«Signore, nessuno ha detto che non possono essere uccisi.»

«O Faina! Te tu mi parevi un tipo più silenzioso, prima!»

«Che cosa intendi dire, soldato?»

«Che forse conosco qualcuno che ci può... Illuminare.»

«Bene. Mandiamolo a chiamare, dunque.»

«Temo che sia impossibilitato a muoversi, signore. Potremmo andare noi da lui.»

«Bene. Dove si trova costui?»

Giosuè indicò la grande finestra alle spalle di Saffi con un cenno del capo. In quel limpido pomeriggio d’Aprile la sagoma di Castel Sant’Angelo si stagliava imponente contro il cielo azzurro.  

continua...

7 commenti :

  1. Sto applaudendo a sei mani. Vivendo a Livorno (sono modenese, è una storia lunga) e conoscendo la storia della presa della città da parte austriaca mi ci sono ulteriormente immedesimato.
    Divertiti!

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  2. Non ci fermiamo nemmeno a Natale, noi del Risorgimento di Tenebra! Grande!

    Allora, sulla storia dei roboti avverto una qualche similitudine con il racconto di Alessandro Forlani, o sbaglio?
    Comunque mi piace, sì!

    Ciao,
    Gianluca

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  3. I roboti con l'aquila bicipite! I roboti con l'aquila bicipiteee! VIVA L'AUSTRIA! VIVA L'IMPEROOO!...

    ...ehmm...

    il mio cuore lagrima per i valorosi patrioti livornesi caduti. Eccetera.

    :-D

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  4. Ciao, ti ho citato indirettamente nell' ultimo capitolo del mio Risorgimento di Tenebra!

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  5. lette tutte le 4 parti or ora. Confesso che la prima parte mi aveva lasciata indifferente, ma credo che adesso la blog novel abbia preso un bel ritmo - bello il colpo di scena! Dopo lo sbarco ti aspetti altri fantasmi/zombi e simili, invece arrvano i roboti. Non vedo l'ora di sapere come va a finire.

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