3/52 - Una Ninfa nella Doccia


Di tutte le avventure proprio assurde che ho vissuto da quando sto con Zack, poche battono quella che sto per raccontarvi. Non fatevi ingannare dal fatto che io sia effettivamente ancora qui per raccontarvela, perché quella volta giuro che me la sono vista brutta proprio. Ma andiamo con ordine.
Erano ormai un paio di mesi che me ne ero andato dal buco di casa che dividevo con il mio coinquilino per trasferirmi in pianta stabile a casa di Zack, quella dalle parti dell’Aventino, in una palazzina praticamente vuota.
Lui ogni tanto veniva a casa, stava tre o quattro giorni e poi se ne andava chissà dove per un altro po’.
Io mi sentivo abbastanza responsabile di quell’appartamento, che tra l’altro era bello proprio, una reggia in confronto alla mia vecchia baracca.
Insomma, ero lì nella casa all’Aventino che stavo per farmi la doccia, e mentre mi spogliavo l’acqua calda scorreva rumorosamente in quella cabina doccia da paura... Sì, lo so, non si spreca l’acqua. E’ che deve scorrere un po’ per scaldarsi bene!
Comunque.
Sono entrato in bagno, lo specchio era tutto appannato e sono rimasto lì, nudo come un verme a fissare una bellissima, splendida, meravigliosa donna nuda comparsa al centro della cabina doccia.
Forse avevo anche un po’ di bava, non lo so.
Lei mi ha sorriso dolcemente e si è avvicinata a me, camminando in punta di piedi sul pavimento piastrellato azzurro.
Non ricordo granché della prima volta con lei.
Ricordo tette morbide, mani lisce e la pelle fresca, come l’acqua della piscina i primi giorni d’estate.
Appena dopo essermi alzato dal letto sfatto, le immagini già sbiadivano nella mia mente. E, considerando pure che erano anni che non si batteva chiodo, questo avrebbe già dovuto farmi suonare un campanello d’allarme.
Ma no, niente campanelli.
E abbiamo fatto l’amore ancora una volta.
Oh, e non ridete quando scrivo “fare l’amore”, che a scrivere “scopare” mi vergogno.
Solo dopo, a sera, quando io ero sfinito proprio, lei parlò. E la sua voce era come la pioggia leggera d’autunno, dolce e malinconica.
“Mi chiamo Antea. Tu sei Zaccaria, vero?”
E lì mi sono cascate le palle.
E non so proprio come accidenti m’è venuto in mente di dirle la verità! Praticamente non era la mia voce, quella che rispose “No, non sono io. Sono Daniele. Vivo con lui da qualche mese.”
Vi giuro che se non avete mai visto la faccia triste di una Ninfa non avete idea di che cosa significhi “cuore spezzato”. Giuro proprio.
In quel momento avrei fatto qualunque cosa per lei. Qualunque cosa.
“Santi numi! Perdonami! Ho fatto una cosa orribile!” disse lei con le lacrime agli occhi.
“No! Dimmi perché cerchi Zack. Forse posso...”
“Ho bisogno di aiuto. Solo Zaccaria può aiutarmi!”
“E invece no! Ascoltami, io sto con Zaccaria, adesso. Lavoro con lui, proprio. Raccontami tutto, posso aiutarti!”
E Antea raccontò.
Mi disse che un gruppo di satiri l’aveva rapita per sacrificarla in un rituale, insieme alle sue sorelle. Lei era riuscita a fuggire, ma ora i satiri erano sulle sue tracce, e volevano riportarla indietro per ucciderla. Conosceva Zack perché lui, anni prima, l’aveva aiutata a difendere la sua sorgente da non ho capito bene cosa. Più parlava e più volevo aiutarla. Volevo che avesse bisogno di me.
“Posso aiutarti.”
“E come?”
“Ora vedo. Tu però devi stare tranquilla.”
Mi sono fiondato nello studio di Zack, a leggere uno di quei mattoni che ha lui sulla libreria. Uno sulle semidivinità preternaturali.
Cazzo, mi sentivo quasi un esperto.
Passai la mattinata a leggere e a prendere appunti. Poi tornai da lei.
“Cosa hai scoperto?”
“Posso gonfiarli di botte.” Mi sembrava una risposta molto epica, in quel momento.
Ma il momento epico fu interrotto dalla suoneria del mio cellulare. Era Bad Boys di Bob Marley, in quel periodo.
Zaccaria.
“Ehi Zack! Dimmi tutto.”
“Ciao giovane. Che stai facendo?”
Un attimo di pausa. Antea, dall’altra parte della sala, era sdraiata sul divano.
“Niente, solite cose... Scrivo, cazzeggio su internet.”
“Mi raccomando non ti ammazzare di lavoro, eh.”
“Simpatico. Che vuoi?”
“Sei sicuro che non ti disturbo?”
“No, no figurati! Dimmi dai.”
“Volevo sapere come è messa casa, se è tutto in ordine. Tra un po’ torno e...”
“Quando?”
“Quando cosa?”
“Quando torni?”
“Ah... Boh. Un paio di giorni, credo. Tempo di sistemare una faccenda. Potrei tornare con delle cose interessanti da studiare.”
“Uhm.”
“Va be’, stammi bene. Ciao.”
E riattacca. Penso di essere rimasto praticamente in apnea per tutta la telefonata, e alla fine ho tirato un rumoroso sospiro di sollievo.
Quel giorno, e il giorno dopo ancora, me li ricordo vagamente.
Ho immagini confuse, del corpo nudo di Antea. Ho ricordi sbiaditi del suono della sua voce, delle mie parole, smielate proprio. Ricordare è come guardare tutto attraverso uno specchio d’acqua.
Zack ogni tanto chiamava, ma io facevo il vago.
L’ultima telefonata, quel giorno, non gli risposi neppure. Forse è stato proprio quello a salvarmi le chiappe.
Antea uscì di corsa dal bagno, tutta nuda, i capelli lunghi bagnati le cadevano sulle spalle e scendevano fino a sfiorare il seno. Io ebbi una sensazione come del cuore che mancava un battito. Penso di aver fatto di nuovo l’espressione ebete della prima volta.
“Sono qui! Mi hanno trovata! Daniele aiutami ti prego!”
Di nuovo il faccino triste, quasi disperato. Mi sentivo morire.
“Ssssh!”
Sentivo dei passi, per le scale. Più che passi, una specie di trotto.
“Chiuditi in bagno e non uscire!” le diedi un ultimo bacio sulle labbra.
Ho sentito che a volte la paura ti rende più lucido. Io non avevo paura. Mi stavo cagando sotto, proprio. E quindi ero lucidissimo.
Zack mi aveva lasciato il tirapugni di ferro meteoritico, per fortuna. Lo misi alla sinistra. Con la destra impugnavo una mazza da baseball con l’anima in ferro. Quella non era di Zack, era mia proprio. Un vecchio ricordo di un periodo buio fatto di centri sociali, risse e cortei.
*Din-donn*
Il suono dei campanelli dei vecchi palazzi è brutto proprio. Cambia di durata a seconda di quanto a lungo premi col dito... Mamma mia, che ansia.
Sbircio dallo spioncino.
Sono in quattro. Vestiti come un incrocio tra C’era una volta in America e Matrix. Spolverino nero, cappelli neri a tesa larga, occhiali da sole. Cristo, quelli che girano con gli occhiali da sole di sera non li reggo proprio.
*Din-donn*
“Chi è?!” ho detto cercando di sembrare ignaro e scocciato.
“Carabigneri”
“E che volete?”
“Fa’ ‘n gondrollo, gnent’artro!”
Ma voi lo sapevate che i satiri parlano così? So’ burini proprio! Quello che parlava, dietro la porta, mi ricordava terribilmente il povero zi’ Augusto, che era di Rieti.
*Bum*
Un colpo, forte, contro la porta blindata. I satiri non devono essere famosi per la loro pazienza.
I colpi continuarono, con forza. Io mi nascosi a lato della porta, che cominciava a piegarsi e a cedere.
“Cristo, questi sfondano una porta blindata a calci.” Pensavo.
I cardini furono i primi a cedere, e la porta prima si inclinò, poi si schiantò a terra. Appena il primo di quelle maledette capre mise piede in casa lo colpii fortissimo con la mazza sul grugno. La sua bestemmia mi ricordò sempre di più lo zio Augusto.
Un altro satiro si precipitò ad aiutarlo, e io colpii di nuovo con la mazza gridando come un matto.
Oh, che volete, mi da coraggio.
Feci due passi indietro, per farli entrare tutti, e poi con uno scatto felino girai dietro alla cristalliera e gliela rovesciai addosso con un tempismo perfetto, colpendoli tutti e quattro in pieno.
Va bene, magari lo scatto non fu proprio felino, e il tempismo non proprio perfetto. Magari è stata solo una goffa spinta al mobile.
Però, dopo tutto, io ero in piedi in mezzo alla stanza, e quelli erano tre. Uno era rimasto schiacciato sotto la cristalliera, e non si muoveva più.
Gli atri erano piuttosto incazzati.
“Sile’, ‘u munellu cerca rogne.”
“E l’ha trovate.”
Fermo lì, con una mazza in mano, ad aspettare che in tre mi pestassero di botte, mi ricordavo molto una scena de I Guerrieri della Notte.
Il primo satiro, con un’agilità assurda, mi caricò di testa e mi prese in pieno stomaco. Schiacciato tra lui e il muro dietro di me, cominciai a tempestarlo di cazzotti sulla testa, col tirapugni. Poi una bella ginocchiata nella panza e giù per terra.
Le cose cominciarono a mettersi male quando “Sile’” (che poi ho scoeprto essere Sileno, il capo della cricca di satiri occultisti) mi colpì in faccia con la mia stessa mazza. Ecco, lì ho visto le stelle proprio.
Quando mi sono ripreso ero steso a terra, e avevo lo stomaco pesante.
C’era un satiro seduto sopra proprio, che mi guardava con occhi rossi e cattivi. Faccia gonfia, piena di barba, senza cappello riuscivo a vedere anche le corna spuntare da una matassa di riccioli sporchi e rossicci.
Te si carmatu?
Cazzo, era come avere zi’ Augusto seduto sopra.
Fu a quel punto che entrò Zack. Tempismo perfetto proprio.
“Non potevate semplicemente bussare?” disse.
E li pistò come l’uva.
Venne armato di uno storditore elettrico monouso e di un elegante bastone da passeggio, con il pomo d’argento a forma di testa di Ermes. Sì, con le alucce sulle tempie. Me lo ricordo bene perché dopo aver abbattuto il satiro sopra di me mi ha puntato il pomo del bastone in faccia e mi ha detto “Con te facciamo i conti dopo.”
Guardare Zack che combatte è una figata proprio. Lui non è come me, io al confronto sembro un gibbone. Sono goffo, lento e pesante. Anche se mi ha insegnato qualche trucchetto non c’è paragone proprio.
Con un movimento che manco un ballerino di classica, si trovò improvvisamente alle spalle dei due satiri ancora in piedi.
Una bastonata su un ginocchio. Una sulla tempia. Satiro a terra.
A quel punto, Sileno tirò fuori una semiautomatica dalla tasca interna dello spolverino.
“Mo’ basta Zaccari’!”
“Una pistola?! Che tristezza...”
Quel giorno vidi una cosa straordinaria. Io giuro che ho visto Zack schivare due proiettili. Schivarli, proprio. Ha scansato la testa di lato, poi fatto perno sulla gamba sinistra e colpito la mano di Sileno col bastone.
Il satiro ha lasciato la presa, Zack ha colpito con un calcio la pistola che cadeva e poi l’ha presa in mano al volo.
L’ha puntata in mezzo agli occhi di Sileno e ha fatto fuoco.
Quel giorno vidi anche, per la prima (e ultima) volta, Zack che uccideva qualcuno in quel modo.
Dopo esserci sbarazzati del cadavere di Sileno e dei satiri ancora vivi, Zack mi fece un cazziatone che ancora me lo ricordo.
Mi rimproverò per non averlo avvertito della situazione, per aver messo in pericolo la mia vita e quella di Antea. Mi fece sentire un po’ una merda, in effetti. Mi spiegò che la ninfa (che in effetti era una Naiade, una ninfa d’acqua dolce) aveva usato su di me un incantesimo per vincolare il mio cuore attraverso l’attrazione fisica. Ecco, questa cosa mi spezzò il cuore.
Però c’è una cosa che non gli ho mai detto.
Quella notte, mentre mi facevo la doccia, tumefatto e dolorante, Antea è tornata da me. Era come la prima volta che l’ho vista. Avvolta da una nuvola di vapore. Non ha detto niente. Mi ha sorriso, e mi ha baciato.

Ed è stata l’ultima volta che l’ho vista.

3 commenti :

  1. Ho lasciato contare al ctrl+f tutti i proprio di questa pagina. Sono ventidue.
    Come al solito, ti invito a modificarne/toglierne qualcuno perché lo trovo davvero un'esagerazione.

    Premesso questo, per quanto riguarda la e maiuscola accentata (che tu scrivi "E'"), ti consiglio di utilizzare alt+0200 o se preferisci alt+212. Ci si fa l'abitudine credimi dopo un po'.
    Per quanto riguarda l'espressione "nudo come un verme" è un pochino abusata. Personalmente, non la metterei.

    In questa frase "Ricordo tette morbide, mani lisce e la pelle fresca" avrei tolto l'articolo davanti a "pelle fresca" o, in alternativa, li avrei messi tutti.
    Nella frase "Io ebbi una sensazione come del cuore che mancava un battito." metterei "manca" e non "mancava".

    "Daniele aiutami ti prego!" forse in questa frase avrei messo una virgola, o dopo Daniele o dopo aiutami (in realtà, il suggerimento arriva dal mio ghost writer, visto che anche il mio ragazzo, il mio creatore, sta leggendo e apprezza . Sì, è così sfigato da essersi costruito la ragazza).

    "So' burini proprio! " Anche qui metterei l'accento al posto dell'apostrofo.
    "Un colpo, forte, contro la porta blindata. I satiri non devono essere famosi per la loro pazienza.
    I colpi continuarono, con forza."
    Ripetizione di forza, se t'interessa evitarle.

    "Oh, che volete, mi da coraggio." Accento mancante su "dà".
    "Gli atri erano piuttosto incazzati." Refuso, manca la "l".

    "Fermo lì, con una mazza in mano, ad aspettare che in tre mi pestassero di botte, mi ricordavo molto una scena de I Guerrieri della Notte." Al di là che le citazioni cinematografiche iniziano a essere tantine per un brano solo, comunque non credo che qualcuno davvero in quel momento, se se la sta facendo sotto come dice lui, pensi a paragoni cinematografiche. Al massimo ci avrà pensato nel ricordarlo e raccontarlo, quindi in quel caso andrebbe cambiato il tempo verbale. Adesso, con l'imperfetto, sembra proprio che lo stia ricordando in quel momento.

    La mia dolce metà suggerisce di sostituire "agilità" con "velocità" nella frase "Il primo satiro, con un’agilità assurda, mi caricò di testa e mi prese in pieno stomaco."

    "che poi ho scoeprto essere Sileno" refuso: scoperto.
    Per il resto, bravo come sempre.
    Aspettiamo la prossima!

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    1. Grazie ancora per la lettura, a te e al tuo creatore! :D Mi farà molto piacere se le segnalerai sul tuo blog! ^_^
      Grazie di nuovo per le segnalazioni... Solo due cose: non posso mettere la E accentata perché il mio umile portatile non dispone del tastierino e quindi della possibilità di usare le combinazioni con alt. Mi toccherebbe stare con la Mappa Caratteri sempre aperta e spesso la cosa mi secca moltissimo! :D
      E poi ho messo l'apostrofo su di' perché lo intendo come un taglio della forma estesa "dimmi", per questo credo ci vada l'apostrofo... Per il resto, grazie per le segnalazioni che finiscono puntualmente tra gli appunti per l'editing! :D

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  2. Dimenticavo: ne aspetto qualche altra per poi metterle sul mio blog ♥

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