Guccini, Keaton e... Essere Meravigliosi

In certi giorni mi vengono in mente spesso le parole di qualche canzone, in genere si tratta dei versi di Francesco Guccini... Che ci volete fare, sono fatto così.
Oggi è uno di quei giorni.

E allora?
E allora stavo rileggendo un vecchio e splendido post di Davide sul suo Strategie Evolutive. E l'ho trovato ancora una volta splendido. Ci sono inciampato cercando di ricordare l'autore del saggio Enchantment, e... Beh, il post si intitola Come essere Meravigliosi: non è un "Pork Chop Express", non si parla di fantasy né di fantascienza. Nemmeno di scrittura. Quindi se non vi interessa... Beh, peggio per voi!

Dicevo, "Come essere Meravigliosi". 
Essere meravigliosi significa poi solo, a ben pensarci, smettere di considerare il nostro interlocutore esclusivamente come un mezzo. Come uno strumento per raggiungere un fine. [...] In due parole, le persone meravigliose pensano al proprio interlocutore. Non lo usano.
Questo lo riporto dal post di Davide... Ed è qui che entra prepotente nella mia testa il Guccio. Perché esiste una sua canzone, un jazz eclettico e divertentissimo, un pezzo che in pochi conoscono. Si chiama Keaton. Sì, proprio come Buster Keaton, il grande.* 
Lo chiamavamo Keaton quel pianista / Naturalmente perché non sorrideva mai
Comincia così. E parla di Keaton (il pianista, non l'attore) e della sua collaborazione e poi amicizia con il Guccio. E delle loro chiacchierate dopo i concerti, davanti a un bel bicchiere di vino. E parlavano, parlavano, i "due grandi acrobati della malinconia". E la frase che mi è rimbalzata in testa è stata
Parlavamo poi molto in quelle sere [...] / e di come era importante fra la gente / non essere solo musica e parole / e di come era importante che la gente / non fosse una massa di persone sole
Eccola qui, la frase. 'Sti quattro versi messi lì, quasi a sottolineare l'articolo che avevo appena letto. Perché è davvero importante esserci, tra gli altri. Non per vendere il nostro prodotto, non per promuovere la nostra attività. Non per lavorare. Semplicemente essere lì, noi, proprio noi, non solo la nostra "musica" e le nostre "parole".
E poi nei versi successivi c'è qualcosa di più. C'è... Una missione.
Sì, perché a voler davvero esserlo, Meravigliosi, poi si diventa "contagiosi". E se disgraziatamente ce ne accorgiamo, di essere "contagiosi"... Beh, in quel caso (nel mio caso) è una tragedia. Perché cominci a sentirlo come un dovere. Perché, come dice Davide nel post, non puoi essere meraviglioso per un quarto d'ora e poi campare di rendita.
E se ti accorgi che le persone intorno a te, quando ci sei, quando sei con loro per davvero, non si sentono "una massa di persone sole", ma si sentono considerate come individui... Beh, ti esalti. Senti di contare qualcosa, per gli altri, perché gli altri contano qualcosa per te.
E' uno strano giro in cui entrare.

Adesso vi lascio ai vostri pensieri. Che, volendo, potrete accompagnare con la meravigliosa allegria e la struggente malinconia di questo pezzo.
Che è Meraviglioso.


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* Che poi, a dirla tutta, il pezzo è di Claudio Lolli... Ma nella mia testa c'è la voce del Guccio, e la sua faccia, e tutto il resto... E siccome il post è mio, faccio come mi pare!

2 commenti :

  1. ci siamo persi quasi senza una parola,
    ma tutti e due con più rabbia che rimpianto,
    come i bambini che si fan dispetti a scuola,
    come due vecchi che si sono amati tanto...

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  2. ci siamo persi quasi senza una parola,
    ma tutti e due con più rabbia che rimpianto,
    come i bambini che si fan dispetti a scuola,
    come due vecchi che si sono amati tanto...

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